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La Vita Di Roberto Loyola.
Tratto da una storia vera.

Sebbene l’abbia vissuta, è stato mio malgrado. Lo dico in tutta sincerità: se non in quello che è stato il finale avrei preferito non viverla.
È stata molto intensa e piena di colpi di scena. Nel raccontarla mi rivolgo ai giovani; forse riusciranno a trarne qualcosa di positivo; lo spero tanto.
A questo proposito voglio ringraziare Luigi Filippo Parravicini perché ne farà un romanzo. Lui è all’altezza di poterlo fare; ne sono convinto. Ha tutti i requisiti per scrivere la storia della mia vita con intelligenza, obiet- tività e il talento che più gli è congeniale: quello di uno scrittore.
A lui il mio augurio più fervido.

A mio fratello, perché ha creduto in me, perché è rimasto al mio fianco.
A te, Alessandro, il romanzo è dedicato.


LIBRO I

Suo padre Armando, colonnello della milizia fascista, laureato in ingegneria con il massimo dei voti, viveva a Roma insieme alla moglie Alessandra e ai quattro figli, Adriana, Anna, Roberto e Gualtiero, in una villetta nel quartiere di Montemario.
La notte del Ventiquattro Luglio del Quarantatré si riunì il gran consiglio ed approvò l’ordine del giorno presentato da Dino Grandi. All’indomani il duce venne arrestato. Quattro uomini con i fazzoletti rossi intorno al collo arrivarono su una camionetta sotto casa sua, sfondaro- no la porta a calci e irruppero con i mitra spianati. Armando fece appena in tempo a mettersi in fuga sui tetti.
Cercarono dappertutto spaventando a morte la donna e i bambini. Quando non lo trovarono li presero e li mi- sero contro il muro minacciandoli di confessare perché altrimenti, gridarono, li avrebbero ammazzati.
Alessandra, proteggendo i figli dietro di sé, risponde- va, piangendo disperata, che non sapeva niente.
Il più vecchio dei quattro la prese di forza e puntan- dole dietro alla schiena la canna della mitraglietta, la spinse verso la camera da letto. Fece cenno ai compagni e chiuse la porta dietro di sé.
Da quel giorno Alessandra perse la ragione. Arman- do, scappato fuori città, si nascose in un paesino sino a che le acque non si furono calmate.
Dopo più di un anno e mezzo, tornò una persona completamente trasformata. Aveva quarantacinque anni ed era un uomo distrutto; senza più soldi e senza lavoro. I suoi ideali si erano rivelati un fallimento. Si ritrovava in casa una moglie malata di mente e quattro figli da sfamare.
Fino alla fine dei suoi giorni non riuscì mai a perdo- narsi ciò che, a causa sua, era accaduto.
Negli anni che seguirono, per i bambini, i rapporti tra familiari furono estenuanti. Alessandra ce l’aveva a morte col marito, rinfacciandogli la responsabilità per l’accaduto. Completamente uscita di senno, non guar- dava più in faccia nessuno. Si vedeva chiaramente che era una donna che soffriva: vestita esclusivamente di nero, trascorreva intere giornate davanti alla finestra, seduta su una sedia senza dire una parola. Altrimenti disprezzando tutto e tutti, si lamentava senza ragione o inveiva contro Armando provocando di proposito delle litigate.
Probabilmente lo odiava...